01/05/2010
Economia buddista
Saggio sull'economia buddhista pubblicato dal blog Discutiamo del Giappone (28 marzo 2010).
Il buddhismo come superamento del capitalismo
di Cristiano Martorella
1. Capitalismo e religione
Dopo la pubblicazione de Il concetto giapponese di economia (1), in cui si sosteneva e spiegava l'influenza del buddhismo nel sistema economico nipponico, le esigenze ci impongono di considerare lo svolgimento storico e la prospettiva che abbiamo davanti. Nonostante la banalità dell'idea con la quale si afferma che il capitalismo sia l'unico sistema economico possibile, e soprattutto che sia sempre capace di autocorreggersi e rimediare alle crisi cicliche a cui è sottoposto, si continua a insistere nel riproporla pedissequamente. Però è evidente quanto ciò sia falso e mistificatorio. Le crisi, con cui il capitalismo si confronta periodicamente, non sono né fisiologiche né consuete. Infatti le crisi sono peggiorate in frequenza e complessità. Ciò che sorprende gli analisti e li coglie impreparati, è la frequenza con cui si manifestano. Dunque crisi che si manifestano sempre più spesso e più difficili da risolvere, tanto da aver condizionato la crescita dei paesi sviluppati. Il declino del capitalismo non significa comunque la fine dell'economia, ma più semplicemente la conclusione di un sistema, e l'inevitabile strutturazione di una diversa organizzazione sociale ed economica. Se il capitalismo è inevitabilmente avviato al tramonto, però non lo è in maniera chiara e manifesta tale che tutti lo comprendano. Molti punti rimangono ignorati e non sono neppure discussi. Ad esempio, quale relazione c'è tra il capitalismo e le religioni? Dopo l'11 settembre 2001, la propaganda e il populismo dei movimenti politici hanno diffuso la vulgata che identifica il cristianesimo e il capitalismo (2). Secondo questa idea il capitalismo sarebbe una creazione della società occidentale cristiana. L'idea riduzionistica dell'origine del capitalismo dal cristianesimo si poggia spesso sull'autorità del sociologo Max Weber. Però Max Weber studiò l'influenza del cristianesimo sul capitalismo, considerandoli separatamente e mai l'uno il prodotto dell'altro. Egli infatti indicò il successo dell'etica protestante nei confronti del cattolicesimo, distinguendo diversi tipi di sviluppo del capitalismo (3). Max Weber non si limitò a spiegare l'influenza della religione cristiana, ma in Sociologia delle religioni ed Economia e società (4) analizzò il rapporto delle altre religioni nell'economia. Max Weber non fu mai un dogmatico, e i suoi studi partirono sempre da un'analisi delle diverse società attraverso il metodo comparativo e dall'osservazione dei dati empirici.
Nel mondo contemporaneo le economie più importanti si trovano in Asia, con in testa la Cina e il Giappone, e non ha alcun senso continuare a negare l'ascesa della potenza economica asiatica per favorire un modello interpretativo che identifica capitalismo, cristianesimo e società occidentale. Il capitalismo non è un'esclusiva della società occidentale, e storicamente non è nato soltanto in Europa. Infatti, il Giappone dell'epoca Edo (1603-1867) conobbe la fioritura di un'economia mercantilista che portò allo sviluppo di una struttura capitalistica (5). Il fenomeno è stato descritto e spiegato da molti studiosi fra cui ricordiamo, in particolare, Edwin Reischauer e Claudio Zanier (6), e anche Francesco Gatti, Franco Mazzei, Marcello Muccioli e Piero Corradini.
2. Storia delle crisi
La storia del capitalismo è la storia delle sue crisi. Infatti non esiste un periodo di espansione del capitalismo che non sia seguito da una brusca interruzione e una caduta rovinosa con la conseguente perdita di beni e valori. Quindi la storia ci insegna che il capitalismo è un sistema dinamico instabile. Vediamo nei dettagli questo processo, il suo andamento, e soprattutto le cause. I periodi di espansione più importanti durante la rivoluzione industriale sono i seguenti:
1815-1840 Prima rivoluzione industriale. Concorrenza tra industria nascente e artigianato.
1850-1870 Espansione della rivoluzione industriale. Concorrenza fra le imprese del sistema capitalistico e concorrenza interna.
1870-1890 Concorrenza agguerrita condotta sul piano nazionale e internazionale.
1890-1914 Seconda rivoluzione industriale. Innovazione tecnologica e organizzazione scientifica del lavoro.
1950-1973 Espansione dei mercati e della produzione favorita dalla ricostruzione e dalle riforme economiche guidate da organizzazioni internazionali e accordi (Bretton Woods, Piano Marshall, FMI, GATT).
Le crisi e le loro motivazioni sono le seguenti:
1846-1850 Crisi del '48. Crollo della liquidità monetaria interna. Collasso dovuto a un eccesso di credito bancario. Contrazione della domanda interna e della produzione. La crisi fu provocata da una diminuzione della domanda.
1876-1890 Grande depressione. Calo del rendimento delle tecnologie, mancanza di investimenti, divario offerta/domanda. La crisi fu soprattutto una crisi tecnologica.
1929-1933 Crisi del '29. Crollo della borsa di Wall Street. Si tratta principalmente di una crisi dovuta a un eccesso produttivo.
1937-1945 Recessione seguita al New Deal. Crisi dovuta allo squilibrio monetario delle nazioni e dalla nascita di politiche protezionistiche.
1970-1985 Crisi del '70. Inadeguatezza degli investimenti e della liquidità internazionale rispetto al tasso di sviluppo produttivo. Ristrutturazione tecnologica. Inflazione e disavanzo nella bilancia dei pagamenti.
1989-1993 Crisi del '90. Il debito pubblico pesa come un macigno sulle economie dei paesi sviluppati. Tagli degli investimenti pubblici, privatizzazioni. Politiche neoliberiste. L'inflazione cala a causa della diminuzione dei consumi.
2001-2009 Crisi dell'inizio del millennio. Scoppiano le bolle speculative della new economy informatica, dell'immobiliare e dei derivati. La crisi finanziaria si abbatte sull'economia reale con la forte contrazione della produzione industriale e dei consumi, e infine diventa crisi sociale con l'aumento della disoccupazione.
Le crisi economiche sono intrinseche alla natura del capitalismo che è autodistruttivo. Ogni volta il capitale deve essere ristrutturato e riorganizzato, ma in questo processo espelle e distrugge le risorse che non può più impiegare. Anche se i sostenitori a oltranza del capitalismo affermano che il benessere così prodotto è il maggiore che si sia mai goduto, essi non considerano i danni ambientali, le risorse esaurite e le vittime fra i milioni di persone che muoiono di fame nei paesi meno agiati che sono comunque depredati delle loro risorse dalle società capitalistiche. Nonostante ciò il benessere effimero di pochi non potrà durare a lungo perché le risorse che vengono distrutte non sono recuperabili, e il calcolo della ricchezza deve essere stabilito globalmente e non parzialmente. Il pianeta è un sistema complesso in cui ogni azione si ripercuote sulle altre, e quindi nulla può sopravvivere separatamente e indipendentemente.
Il capitalismo è un sistema dinamico squilibrato incapace di uno sviluppo stabile. Rifiutare di riconoscere la natura del capitalismo è semplicemente la negazione del problema che non porterà alla sua risoluzione. Ed è in questo modo che si accelera il declino del capitalismo che è incapace di comprendere se stesso.
3. Economia buddhista
Fra gli autori che hanno inquadrato la prospettiva di un'economia buddhista alternativa, c'è l'economista Ernst Fritz Schumacher (7). Ma chi ha ripreso con vigore questa idea, esponendola e divulgandola è stato certamente il pensatore giapponese Daisaku Ikeda nel libro Cittadini del mondo (8). Daisaku Ikeda presenta molti punti su cui riflettere. Soprattutto c'è la questione ambientale sempre più scottante. Ikeda sostiene che l'economia convenzionale manca di una prospettiva ecologica (9), e fa notare che il buddhismo, attraverso la nozione dell'origine dipendente, esprime la necessaria interdipendenza fra le cose (10), in modo da dare la dovuta importanza all'ambiente. Il cristianesimo considera l'ambiente, gli animali e le risorse naturali come una creazione di Dio a disposizione dell'uomo. La Bibbia, infatti, descrive il creato come una proprietà da sfruttare senza riserve e su cui domini l'uomo (Genesi, 1,26-31). Non è così per il buddhismo. Innanzitutto non c'è un dualismo fra ambiente ed essere umano (esho funi, non-dualismo di ambiente e vita), eppoi c'è l'insegnamento del rispetto per la natura. Tutto ciò sul convincimento che natura ed essere umano siano un'unica cosa inseparabile (il vero aspetto di tutti i fenomeni, shoho jisso).
Secondo Daisaku Ikeda, il buddhismo afferma che la ricchezza va distribuita in quattro parti secodo modalità diverse. Un quarto di essa deve essere usato per il sostegno personale e della famiglia, un altro quarto deve essere versato al fisco ed essere utilizzato per favorire il bene sociale, un'altra parte deve essere impiegata come capitale per la produzione, mentre l'ultimo quarto dovrebbe essere conservato per i momenti di bisogno. Un esempio di economia buddhista è fornita dal regno di Ashoka, sovrano della dinastia Maurya del III secolo a.C., il quale migliorò la rete dei trasporti, si oppose alla discriminazione economica, istituì un ufficio pubblico per tutelare le donne, e intraprese lavori pubblici per piantare alberi e rendere salubre l'ambiente (11).
L'economia buddhista, quindi, sostiene il passaggio da un sistema basato sul profitto a un sistema basato sul servizio. Che cosa guadagnerebbe una persona da ciò? La risposta è il prestigio sociale. Spesso viene sottovalutato ma il prestigio sociale, il riconoscimento (thymos), è uno dei valori più importanti della società, ed è una delle motivazioni psicologiche più forti, probabilmente la più importante.
I fattori materiali necessari al benessere fisico verrebbero così trascurati? La ricchezza materiale nell'economia buddhista non è eliminata, ma semplicemente condivisa. La proprietà non sarebbe più un'ossessione. La prima e più importante virtù buddhista (paramita) è il dono. A differenza del comunismo che abolisce la proprietà privata, il buddhismo non nega il diritto alla proprietà, ma la ritiene superflua o di ostacolo al raggiungimento di obiettivi più elevati. Bisogna possedere ciò che ci serve, ha un valore e un senso, ma eliminare assolutamente il superfluo. Cosa si intende per superfluo? Non si tratta di una questione di beni materiali accumulati, ma piuttosto del rapporto con essi. L'economia consumistica che si basa sulla ripetizione di se stessa, sull'induzione alla propensione al consumo e all'incitamento del desiderio, non ha più senso.
I sostenitori del capitalismo potrebbero deridere l'economia buddhista, affermando che essa non produrrebbe ricchezza e rischierebbe di generare miseria e povertà. Il buddhismo però non è contrario alla ricchezza ma all'attaccamento alla ricchezza, e ciò è ben diverso. L'idea che la ricchezza sia generata soltanto dall'avidità personale è un pregiudizio (12). Molti paesi dell'Estremo Oriente godono di un grande benessere perché i servizi alla collettività funzionano meglio (trasporti pubblici, sicurezza, assistenza sanitaria, istruzione, ricerca scientifica, etc.). Essi sono considerati una priorità, mentre in Occidente non è così. Secondo una visione neoliberista, lo stato dovrebbe essere il meno invasivo possibile, e lasciare ai cittadini la libertà più assoluta comprendendo anche i servizi che dovrebbero essere privatizzati e in mano al mercato, includendo ovviamente anche la possibilità di fare profitto su ciò. Questa visione occidentale del mercato come supremo organizzatore della vita umana non è condivisa dall'economia buddhista, anzi è contestata e sostituita da una visione completamente diversa che pone l'interesse sociale prima del profitto. L'idea che il libero mercato sia in grado di autoregolarsi è stata dimostrata come storicamente falsa (13), e non ha più senso continuare a riproporla come un feticcio.
Un simile sistema basato sull'economia buddhista è un'utopia? Non lo è affatto perché i paesi asiatici hanno già una tendenza culturale a favorire i servizi alla collettività e gestire l'ordine, soprattutto le popolazioni hanno una grande propensione a cooperare. Quando le classi dirigenti e le élite asiatiche capiranno, e ciò sta già avvenendo, che il capitalismo occidentale è incapace di gestire la globalizzazione del pianeta, esse cercheranno un nuovo modello di sviluppo e lo troveranno in se stesse. Bisogna prepararsi a quel momento, comprendere il cambiamento, seguire ed elaborare un modello di sviluppo che non è privo di incognite, oltre alle speranze e alle aspettative che nutre. Il buddhismo come superamento del capitalismo porterà all'affermazione della cooperazione che è l'esatto contrario della competizione (14). I valori del capitalismo sono completamente rovesciati. Max Weber distingueva diversi tipi di agire razionale: agire conforme allo scopo e agire conforme al valore. L'economia buddhista si fonda su una prevalenza dell'agire conforme al valore, ed è questa differenza che le infonde energia. Adesso è il momento che tali valori diventino universali e vengano diffusi per il benessere di tutti, perché il declino del capitalismo può recare molti danni e sofferenze se non viene contrastato. Per fortuna sapere che esiste un'alternativa è un motivo di incoraggiamento formidabile.
Note
1. Cfr. Cristiano Martorella, Il concetto giapponese di economia. Le implicazioni sociologiche e metodologiche, Atti del XXV Convegno di Studi sul Giappone, Cartotecnica Veneziana Editrice, Venezia, 2002.
2. Cfr. Cristiano Martorella, Il declino del capitalismo, in "D La Repubblica", n.685, anno XV, sabato 13 marzo 2010, p.290. L'identico intervento è stato pubblicato dal quotidiano "Il Secolo XIX". Cfr. Cristiano Martorella, Il capitalismo è un sistema che si nutre di contraddizioni, in "Il Secolo XIX", lunedì 1 febbraio 2010, p.20. La decostruzione dell'economia nelle sue componenti ideologiche e mitologiche è stata operata da molti studiosi, in particolare è stata affrontata con maggiore incisività da Serge Latouche. Cfr. Serge Latouche, L'invenzione dell'economia, Bollati Boringhieri, Torino, 2010.
3. Cfr. Max Weber, L'etica protestante e lo spirito del capitalismo, Sansoni, Firenze, 1945.
4. Cfr. Max Weber, Sociologia delle religioni, UTET, Torino, 1976; Max Weber, Economia e società, Edizioni di Comunità, Milano, 1961; Max Weber, Sociologia della religione, Edizioni di Comunità, Milano, 1982.
5. I sistemi capitalistici sono caratterizzati dall'uso diffuso e intenso della moneta, dall'accumulazione di capitale e reinvestimento di esso, dall'esistenza del libero mercato e del processo di urbanizzazione. Tutto ciò era presente e ben sviluppato nel Giappone del XVII secolo.
6. Claudio Zanier è decisamente polemico con chi sottovaluta il capitalismo giapponese e ne ignora la nascita e crescita. Cfr. Claudio Zanier, Accumulazione e sviluppo economico in Giappone. Dalla fine del XVI alla fine del XIX secolo, Einaudi, Torino, 1975. Edwin Reischauer individua gli stessi meccanismi di sviluppo del capitalismo europeo in Giappone. Cfr. Edwin Reischauer, Storia del Giappone, Rizzoli, Milano, 1994.
7. Cfr. Ernst Fritz Schumacher, Buddhist Economics, in "Resurgence", vol.1, n.11, January-February 1968.
8. Cfr. Daisaku Ikeda, Hazel Henderson, Cittadini del mondo, Sperling & Kupfer, Milano, 2005.
9. Ibidem, p.80.
10. Ibidem, p.161.
11. Ibidem, p.217.
12. Ibidem, pp.214-215.
13. Le critiche più interessanti e valide sono quelle di Karl Polanyi. Cfr. Karl Polanyi, La grande trasformazione, Einaudi, Torino, 1974. Sulla questione del mercato autoregolato, ha scritto in maniera inequivocabile anche l'economista Joseph Alois Schumpeter. Secondo Schumpeter, un sistema sociale basato esclusivamente su una rete di liberi contratti guidati dai propri scopi utilitaristici non può funzionare. Ciò che Schumpeter critica, da un punto di vista tecnico, è che il mercato si possa autoregolare da solo. Il mito dell'autoregolazione del mercato è continuamente confutato dalle crisi periodiche che vengono sbrigativamente ignorate e sottovalutate. Cfr. Joseph A. Schumpeter, Il processo capitalistico, Bollati Boringhieri, Torino, 1977; Joseph A. Schumpeter, Storia dell'analisi economica, Bollati Boringhieri, Torino, 1990; Joseph A. Schumpeter, Capitalismo, socialismo e democrazia, Edizioni di Comunità, Milano, 1955.
14. Cfr. Daisaku Ikeda, Hazel Henderson, Cittadini del mondo, op. cit., p.203 e p.214.
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24/11/2008
Lavoro e rivoluzione industriale
Segnalo il mio articolo sulle trasformazioni nell'organizzazione del lavoro pubblicato dal sito Nipponico.com. Articolo di Cristiano Martorella pubblicato dal sito Nipponico.com alla voce Shigoto.
Shigoto. Lavoro, qualità totale e rivoluzione industriale giapponese
di Cristiano Martorella
8 dicembre 2002. Si è scritto molto, forse troppo e in modo confuso, sulla qualità totale inserendo questo concetto in contesti spesso inopportuni (ad esempio la scuola) e mancando la comprensione del fenomeno autentico e affidandosi alla sua rappresentazione. Alcuni hanno sostenuto che i giapponesi avrebbero copiato come al solito dagli occidentali, ovvero dalle idee di Edwards Deming, il primo teorico della qualità totale. Questo è falso perché le intuizioni di Deming sono state accolte dai giapponesi e sviluppate in un modo che l’autore non avrebbe mai immaginato. Inoltre la qualità totale è divenuta nelle aziende giapponesi qualcosa di assolutamente contestualizzato alla situazione storica e culturale del paese, tanto da essere ancora oggetto di studio. E ciò risulta vero dall’osservazione delle difficoltà occidentali nell’imitare le tecniche giapponesi (1). Infatti i giapponesi usano il termine autoctono kaizen (miglioramento) in sostituzione del termine qualità totale, così da caratterizzare meglio la novità da loro apportata. E vedremo di quale rivoluzione si tratta.
Shigoto significa in giapponese lavoro. Ed è appunto il cambiamento nelle condizioni e nell’organizzazione del lavoro ad aver segnato lo sviluppo industriale e l’ascesa del capitalismo. Nella storia economica si indicano due rivoluzioni industriali avvenute in Europa. La prima avvenuta intorno al 1760 vide il passaggio dall’industria domestica alla fabbrica attraverso l’introduzione di nuovi macchinari (filatoio meccanico, macchina a vapore, laminatoio, etc.) e maturò nel periodo dal 1815 al 1840 grazie allo sfruttamento dell’energia termica ricavata dal carbone. La seconda rivoluzione industriale incominciò intorno al 1890 e fu favorita da una serie di innovazioni tecnologiche (il motore a combustione interna, il motore elettrico, etc.) e lo sfruttamento dell’energia elettrica e dell’energia termica ricavata dagli idrocarburi, indispensabili anche nella chimica. L’industria subì un’ulteriore trasformazione con l’introduzione della produzione a catena di montaggio di tipo fordista.
Fin qui abbiamo tracciato il quadro descritto nei libri di storia, ma esiste una storia che non è ancora ufficiale nonostante sia stata registrata da molti studiosi: la rivoluzione industriale giapponese.
La terza rivoluzione industriale avvenne intorno al 1974 con l’introduzione della produzione just in time e della qualità totale di tipo Toyota, e maturò grazie allo sfruttamento dell’informatica e delle tecnologie dei semiconduttori. La rivoluzione industriale giapponese segna anche il passaggio dalla società industriale alla società dell’informazione poiché integra i processi produttivi nel nuovo sistema sociale.
Così come le prime due rivoluzioni industriali avvennero per rispondere ai gravi periodi di crisi economica, anche la terza fu la risposta a una seria crisi, quella petrolifera del 1973. All’epoca il Giappone, a differenza degli Stati Uniti e dell’Unione Sovietica, non aveva nemmeno risorse petrolifere sul proprio territorio ed era in balìa dei rifornimenti stranieri. Non potendo eliminare questa dipendenza, gli industriali nipponici sollecitarono una ristrutturazione che permettesse la produzione anche in periodo di crisi. Il modello americano sul tipo di Henry Ford (1863-1947) fu abbandonato a favore del modello giapponese di Toyoda Kiichiro. Il concetto di lavoro (shigoto) fu rivisitato completamente.
Cominciamo con ordine stabilendo alcuni punti fondamentali per inquadrare quest’ultima rivoluzione industriale. Sono due i punti essenziali da ponderare:
- il rovesciamento della logica del marketing;
- la trasformazione dell’industria in un sistema informatico.
I sociologi hanno colto meglio il significato della rivoluzione industriale giapponese che era soprattutto concentrata nell’organizzazione del lavoro, e perciò sensibilmente trascurata dagli economisti attenti ai dati macroeconomici e dagli storici interessati alla cronaca. La comprensione riguardava piuttosto la psicologia sociale e le scienze sociali (2). I sociologi hanno dunque indicato quei cambiamenti nel lavoro che essi definiscono come avvento del postfordismo (altri chiamano questo nuovo modo di produrre come toyotismo, dal nome dell’azienda giapponese Toyota che lo introdusse per prima). Questi cambiamenti si articolano in diverse tecniche dell’organizzazione del lavoro. La qualità totale sostituisce la produzione in linea, basata sulla catena di montaggio, con le isole di produzione o circoli di qualità. I singoli lavoratori non sono specializzati in poche ed elementari mansioni ma hanno più mansioni e una capacità di controllo sul processo produttivo. Il controllo è infatti interno e autogestito dai lavoratori. Nell’organizzazione taylorista (3) del lavoro, il controllo era esterno e basato sulla divisione tra chi lavora e chi controlla il lavoratore. L’azienda diventa una rete. L’azienda rete si differenzia dall’azienda piramide perché privilegia la fase di vendita rispetto alla fase di produzione. I contatti diretti con la clientela assumono un ruolo preminente e l’innovazione proviene da chi lavora operativamente. L’innovazione è proposta dalla base, e non c’è un vertice che pianifica il lavoro. L’informazione e le comunicazioni sono orizzontali piuttosto che verticali. La produzione just in time (nel tempo opportuno) tiene presenti le richieste dei compratori e basa la produzione, per quantità e qualità, sulla domanda del mercato. Vengono abolite le scorte di magazzino e introdotta la flessibilità dei processi lavorativi.
Complessivamente queste innovazioni sono integrate in un sistema che rende possibile sia il rovesciamento della logica del marketing sia la trasformazione dell’industria in un sistema informatico. E ciò avviene necessariamente insieme perché soltanto una gestione integrata dell’informazione può permettere la soddisfazione dei requisiti della qualità totale prima enunciati. Il rovesciamento della logica del marketing significa porre la soddisfazione del cliente come primaria. Invece di tentare di convincere gli acquirenti, bisogna venire incontro alle loro esigenze e abbandonare la concezione della produzione di massa standardizzata. Ogni processo produttivo deve essere flessibile e capace di apportare cambiamenti e miglioramenti (kaizen). Questo può avvenire soltanto in una fabbrica capace di comunicare istantaneamente le informazioni sui processi e le condizioni della produzione. Gli strumenti per far ciò sono il kanban (cartello) e lo andon (pannello). Si tratta di mezzi molto semplici ed elementari che hanno dimostrato quanto l’organizzazione del lavoro fosse importante, e semplici innovazioni basate sulla comunicazione divenissero determinanti. L’introduzione delle nuove macchine informatiche elettroniche esalta e accelera questa tendenza abbattendo le vecchie logiche e i vecchi dispositivi.
La rivoluzione industriale giapponese ha così trasformato la fabbrica in un sistema informatico ed ha liberato l’uomo dal lavoro meccanico, trasformandolo in un supervisore dei processi produttivi. Ciò avviene in un periodo storico che vede il passaggio dalla società industriale alla società post-industriale. Questa svolta epocale sarà ben compresa quando il passaggio alla società dei servizi e dell’informazione sarà completato.
Note
1. Si è arrivati addirittura a negare i successi giapponesi attribuendo il merito alle metodologie occidentali presumibilmente copiate. Eclatante il caso di un articolo di "Business Week" decisamente propagandistico e falso. Cfr. Dawson, Chester et alii, The Americanization of a Japanese Icon, in "Business Week", 15 aprile 2002, pp.26-30.
2. Recentemente molti manuali di sociologia hanno inserito paragrafi sulle innovazioni imprenditoriali giapponesi. Cfr. Ungaro, Daniele, Capire la società contemporanea, Carocci, Roma, 2001, pp.50-61.
3. Cfr. Taylor, Frederick, L’organizzazione scientifica del lavoro, Edizioni di Comunità, Milano, 1952.
Bibliografia
Deming, Edwards, What Top Management Must Do, in "Business Week", 20 luglio 1981, pp.19-21.
Drucker, Peter, Getting Control of Corporate Staff Work, in "The Wall Street Journal", 28 aprile 1981, p.24.
Imai, Masaaki, Kaizen. La strategia giapponese del miglioramento, Il Sole 24 Ore, Milano, 1986.
Ishikawa, Kaoru, Guide to Quality Control, Asian Productivity Organization, Tokyo, 1972.
Ishikawa, Kaoru, Che cos’è la qualità totale, Il Sole 24 Ore, Milano, 1992.
Ohno, Taiichi, Lo spirito Toyota. Il modello giapponese della qualità totale, Einaudi, Torino, 1993.
Pollard, Sidney, La conquista pacifica. L’industrializzazione in Europa dal 1760 al 1970, Il Mulino, Bologna, 1989.
Rifkin, Jeremy, La fine del lavoro. Il declino della forza lavoro globale e l’avvento dell’era post-mercato, Arnoldo Mondadori, Milano, 2002.
Taguchi, Genichi, Introduzione alle tecniche per la qualità, Franco Angeli, Milano, 1991.
Tanaka, Minoru, Il segreto del kaizen, Franco Angeli, Milano, 1998.
08:33 Scritto da: nipponista in economia giapponese | Link permanente | Commenti (0) | Segnala | Tag: giappone, economia, lavoro, rivoluzione industriale, shigoto | OKNOtizie |
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17/11/2008
Giappone in recessione
Economia giapponese in recessione
La seconda economia del mondo, quella giapponese, è in recessione tecnica. Il PIL ha avuto una contrazione dello 0,1% nel terzo trimestre rispetto al secondo, e ciò comporta una riduzione del PIL che è -0,4% su base annua.
Cristiano Martorella
15:24 Scritto da: nipponista in economia giapponese | Link permanente | Commenti (0) | Segnala | Tag: giappone, crisi, economia, recessione | OKNOtizie |
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